Venite a Manduria a farvi aiutare
Posted: Aprile 4th, 2011 | Author: scioperoirreversibile | Filed under: general | 1 Comment »da un compagno del Mercato Occupato di Bari in trasferta a Manduria Contrada Tripoli.
In questi giorni, in quei luoghi, stanno avvenendo dei fatti che meritano un’analisi approfondita . Partiamo dall’inizio, dai fatti. In Tunisia, migliaia di ragazzi decidono di sfuggire dalle ripercussioni del governo dopo la rivolta che ha causato la fine della dittatura di Ben Alì. Sbarcano nel porto più vicino del continente europeo, Lampedusa. Molti di loro (all’inizio cinquecento, poi altri duemila) vengono dirottati in un centro di identificazione creato per l’occasione tra Manduria ed Oria, costretti ad una permanenza forzata. Sono tutti di sesso maschile, con età compresa tra i venti e i quarant’anni. Il governo italiano, per bocca del suo Presidente del Consiglio, parla di rimpatrio immediato, parla di gente uscita dal carcere e quindi pericolosa, parla di sicurezza. Nel frattempo gli sbarchi aumentano, e mentre la “fortezza Europa” si chiude a riccio di fronte a tale emergenza, l’Italia si ritrova sola nella difficoltà di bloccare l’inedita ondata di migranti, progettando nuovi campi da costruire prevalentemente nel Mezzogiorno. Una premessa di questo tipo fa necessariamente saltare all’occhio tre elementi, cruciali. 1) I migranti in questione hanno alimentato il fuoco della rivolta che ha deposto la dittatura tunisina. 2) Alcuni di questi migranti sono stati in carcere, nel carcere di un paese in cui c’era e continua ad esserci una dittatura, evidentemente per motivi politici. 3) L’Europa, tramite il governo Italiano, esprime la volontà di rimpatriare i migranti in questione, ossia di riconsegnarli nelle mani dei loro aguzzini, il governo retto dall’esercito tunisino. Mi reco per la prima volta a Manduria, per visitare il campo, il 3 aprile. Mi aspettavo di vedere dei profughi. Ho visto dei rivoltosi. Il giorno prima sfondando un cancello hanno trasformato il centro in un luogo aperto, grazie a quel gesto possono ora entrare e uscire liberamente, muovendosi divertiti in una zona militarizzata all’inverosimile. I loro volti sono sorridenti, scherzano tra loro e con gli italiani, prendono per il culo le forze dell’ordine, inneggiano alla caduta di Ben Alì ogni due per tre, mettendoci in mezzo, spesso e volentieri, un vaffa pure per il nostro Berlusconi. Non chiedono acqua e viveri. Vogliono sigarette. In continuazione. Qualche giornalista, con aria afflitta, gli chiede cosa vedano nel loro futuro. Rispondono beffardi: “vediamo, se entro due giorni non ci danno sto permesso perdiamo la pazienza…”. Il permesso. Facciamo un passo indietro. Si tratta di un modulo che servirebbe ad ottenere la possibilità di circolare liberamente nel nostro paese, in attesa di essere riconosciuti rifugiati politici. La maggior parte di loro non sapeva dell’esistenza di questa possibilità, infatti appena messo piede a Manduria hanno subito pensato bene di scappare. E molti di loro evidentemente ce l’hanno fatta (con esiti tutti da verificare), come dimostra il numero non così eclatante di migranti oggi presenti nel centro. Ad un certo punto, però, dall’alto hanno deciso di impedire le fughe, la zona è stata militarizzata all’inverosimile, così pure le stazioni ferroviarie, gli episodi di violenza degli sbirri nei confronti di chi scappava diventavano sempre più frequenti. Così hanno cominciato a distribuire questi moduli, in numeri davvero ridotti (circa una ventina al giorno), che permettevano ai pochi fortunati che li ottenevano di lasciare il centro. Le forze dell’ordine, servendosi addirittura dell’aiuto di alcuni volontari, avevano in questo modo gioco facile nel convincere i detenuti a ritornare in carcere (meglio chiamare le cose per quello che sono), con la promessa di questo modulo che arrivava, si, ma sempre per meno persone. Nel frattempo i cancelli diventavano più alti, e aumentavano le pattuglie di polizia che presidiavano la zona. Nasceva un lager. Ed ecco svelato il paradosso di Manduria. Da una parte le forze dell’ordine, con i loro manganelli e le loro armi, i burocrati ed i partiti dell’ordine, con i loro moduli, i volontari (dell’ordine), con il loro melodrammatico assistenzialismo. Dall’altra questo gruppo di rivoltosi, semplicemente l’elemento umano più sovversivo che io abbia mai visto (e non è che frequenti gentlemen londinesi). I giornalisti, dicevamo, gli chiedono spesso del loro futuro, come per proiettarli in una sfera di realizzazione personale che in realtà è tutta nostra, tutta interna alla visione occidentale. Loro sono invece una presenza vera e viva nel presente, i loro occhi guardano qui ed ora, hanno la piena consapevolezza del loro essere nel mondo e nella storia, ed è una consapevolezza collettiva, non individuale. Vengono da una rivolta. Hanno fatto una rivolta. Queste parole possono sembrarvi enfatiche, vi basterà mezza giornata trascorsa con loro a Manduria per rendervene conto. Vi basterà osservare come questi ragazzi reagiscono nei confronti degli stranissimi personaggi (tutti italiani, ve lo garantisco) che si aggirano intorno al campo. Due, ad esempio, i più tipici: la ragazza in versione “madonna addolorata” che gira consegnando vestiti, e il vecchietto militante politico, che distribuisce volantini informativi. Ho visto con i miei occhi un ragazzo tunisino gettare appresso ad una ragazza italiana (ovviamente sempre scherzando) la busta degli indumenti usati dicendo: “tieni, vestiti, sono per te!”. Non si contano, invece, i volantini che ho calpestato perché giacevano strappati per terra. Molti italiani continuano ad aggirarsi per quei luoghi con la presunzione di aiutare qualcuno in difficoltà. Credo invece che dovremmo ben riflettere se non si tratti di un’ottima occasione per essere aiutati. Noi, storicamente popolo di frustrati e umiliati, che non conosciamo altra forma di approccio al prossimo se non sottoforma di clientela o carità, dovremmo osservare con molta attenzione quei ragazzi che oggi si trovano a Manduria, domani chissà dove. E farci aiutare, una volta per tutte, a costruire una rivoluzione. “Noi abbiamo cacciato Ben Alì, quando voi cacciare il suo amico Berlusconi?” (ragazzo tunisino, Manduria, 3 aprile 2011)

Condivido la nota del Mercato Occupato.
Pur tenendo naturalmente presenti le diverse anime che popolano il campo, tutti rivendicano con orgoglio la cacciata di BenAlì.
Personalmente, non è la signora scesa dal paesino per spirito buonista che mi ha infastidito (ben vengano, sono proprio loro che hanno da imparare) ma la reazione di una buona parte dell’associazionismo “istituzionalmente umanitario” e di tutta la partitocrazia locale della sinistra istituzionale: lenti, farraginosi, ancora chiusi in assemblee, inutili se non a sventolare bandierine.
Oggi, comunque,è stata una bella giornata. Ormai si sono create amicizie salde e (spero) durature, si beve e mangia insieme. Pare che i permessi stiano per arrivare, le procedure vanno avanti. Si respira nell’aria. Domani spero di tornare al campo per festeggiare.
Nota dolente: verso le 21 si sono presentati – al buio – 4 personaggi (un adulto e 3 ragazzi sulla ventina con marcato accento salentino) che hanno distribuito volantini ai fratelli tunisini. Probabilmente non si aspettavano di trovare altri italiani. Invece gli amici tunisini ci hanno chiesto di tradurre questo piccolo volantino rosso su cui campeggiava la scritta “libertà”, ma prodotto dal MOVIMENTO NAZIONAL POPOLARE e CIRCOLO CULTURALE BENITO MUSSOLINI.
Dopo una lunga digressione copia-incolla sulla libertà, il volantino si concludeva con un “E’ per questo che saremo al vostro fianco quando lotterete per la vostra terra ma saremo nemici ogni volta che vorrete identificare nella nostra terra la vostra libertà”.
Appena ho spiegato e tradotto, i tunisini hanno ignorato loro e la loro solidarietà ipocrita, i loro inviti ad “andar via perché qui verranno sfruttati”.
Noi (due) compagni presenti non siamo riusciti a star zitti, sputando sui loro cordiali revisionismi, inviti alla lotta comune e rivendicazioni di esser fascisti (quindi per la repubblica sociale) e non di estrema destra (???).
Guarda caso, mentre si discuteva (a me è andato il sangue alla testa, dico la verità, soprattutto per i troppi “compa’” cui ho risposto molto poco cordialmente) dietro è comparso un noto esponente della Digos tarantina (rumoroso con la sua pila ricaricabile di decathlon puntata su di noi…sic).
Trappolone? non saprei. So che ringrazio ancora una volta i miei fratelli tunisini, che m’hanno detto di non pensarci, è brutta gente che a loro non interessa. Quelli se ne sono andati, comunque.
Saluti resistenti, e libertà. quella vera, però.
Giulio